HO SCOPERTO L’AMORE

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HO SCOPERTO L’AMORE

Messaggio  Admin il Lun Mag 16, 2011 6:09 pm

HO SCOPERTO L’AMORE

Fonte: Missionarie Saveriane

Kuniko Nakamura Serafina è una saveriana di Kagoshima, in Giappone. Alla vigilia del suo rientro in patria, dopo qualche anno vissuto in Italia, racconta il suo incontro con la fede cristiana e la sua vocazione missionaria.

Dal tempio alla chiesa
Sono nata in una famiglia shintoista, terza di quattro figli. In ogni occasione importante, come l’anniversario di morte dei nostri parenti, la mamma ci portava al tempio. I nostri genitori iscrissero mia sorella maggiore e me a un liceo tenuto da religiose, non per ragioni di fede, ma perché era ben organizzato e prestigioso, come in genere le scuole cattoliche in Giappone.
Le suore mi sembravano strane, per i loro vestiti e per il loro vivere insieme, tutte donne. Nell’ora di religione, ci parlavano dell’amore di Dio, del fatto che Dio ci ha dato la vita. Tre anni dopo, frequentai l’Università e, dopo la laurea, cominciai a lavorare in un centro per persone portatrici di handicap.
Circa sette anni dopo la fine degli studi, un giorno mia sorella maggiore mi invitò ad andare alla chiesa cattolica: “Ho voglia di andarci, ma ho paura di andare da sola”, mi disse. Dopo qualche resistenza, accettai di accompagnarla. La chiesa era a quaranta minuti di macchina da casa nostra.
Il parroco, un missionario saveriano, con cui mia sorella aveva preso appuntamento, ci domandò perché fossimo andate. Risposi che ero lì solo per accompagnare mia sorella. Nelle sue parole tornava spesso la parola “amore”. Mi chiedevo che cosa significasse e ricordai allora le parole delle suore. Il padre parlava molto bene la nostra lingua. “Perché è qui? Che cosa fa? - mi chiedevo. - Non può diventare giapponese, però ama i Giapponesi”.
Un giorno gli chiesi: “Perché sei venuto qui, perché sei senza famiglia?” “Sono missionario - mi rispose - sono venuto per parlare di Gesù Cristo”. Nominandolo, il suo volto cambiò, gli occhi si spalancarono e brillarono. “Quando volete venire, io abito qui - continuò -. Ogni sera c’è la messa e la domenica i cristiani vi partecipano”.
Una domenica andai a messa, con mia sorella. Che strano! I presenti si alzavano, si sedevano, cantavano, si esprimevano un saluto allo stesso momento… Dopo la messa, una signora ci venne incontro: “Benvenute! Come vi chiamate? Perché siete venute?”. Io non avevo voglia di raccontare cose mie, ma la signora raccontava facilmente di sé, così le chiesi: “Perché ti sei convertita?” e lei mi raccontò la sua storia.

Il perché
Ogni tanto rivedevamo il padre, che mi chiedeva: “Sei felice?”. Da buona giapponese dicevo di sì. “Perché?”. Non sapevo cosa rispondere. Anch’io gli chiesi un giorno: “E tu sei felice? In che cosa trovi gioia e pace?”. Rispose: “Ho tanti problemi per l’asilo - era responsabile della scuola materna - e preoccupazioni per i cristiani, però in fondo al mio cuore c’è pace, c’è la presenza di Gesù”.
La signora che avevamo conosciuto ci parlava di tante cose. Non seguivo i suoi discorsi, ma mi colpiva il suo viso sereno, nella pace. Durante la messa le sedevo accanto e lei mi spiegava i vari momenti: “Adesso Gesù si incarna, è presente fra noi”, mi diceva alla consacrazione. “Che significa questo pane? – mi chiedevo – che cos’è ‘incarnazione’?”.
Dopo la messa, il padre ci veniva incontro per salutarci. Gli ponevo delle domande e lui, dopo un accenno di risposta, un giorno disse: “Se vuoi saperne di più, fissiamo un incontro settimanale”. Così, mia sorella e io decidemmo di frequentare il catecumenato. Quando il padre parlava di amore, ero stupita, quasi mi vergognavo. Di che amore si trattava? Pian piano ho capito.
La religione scintoista dice che bisogna amare gli altri, ma non dice il perché. Mi chiedevo sempre: “Perché sono nata? Perché studiare? Perché lavorare?”. “Per vivere bene”, mi rispondevano i miei genitori. Non mi bastava. Un giorno chiesi al padre: “Perché siamo nati?”. “Perché Dio ci ha dato la vita”, rispose. “Perché ce l’ha data?”. “Perché ci ama.”
Questo pensiero mi folgorò. Sentii dentro di me una grande serenità. Capii che non solo io, ma tutti, anche i miei genitori, anche quelli che non conoscono Dio, avevano ricevuto questo dono da Lui. Capii che la mia vita era preziosa, la mia esistenza aveva significato. Mentre prima lavoravo per guadagnare, da quel momento tutto cominciò a prendere un senso nuovo.
Nel 1999, mia sorella e io ricevemmo il battesimo. I nostri genitori, per i quali la fede cattolica non era né male né bene, rispettarono la nostra scelta.

Missionaria?
Volevo fare di più per rispondere all’amore di Dio. Dato che i cristiani della nostra parrocchia erano quasi solo anziani, il padre ci invitò a frequentare un gruppo di giovani cristiani animato dalle missionarie saveriane. Ci andai con un misto di paura e curiosità.
Provai una gioia grande. Mi sembrava di conoscerli da tempo. L’incontro avveniva ogni due mesi. Guardavo i padri, le missionarie e mi dicevo: vivono solo per Gesù, hanno lasciato il loro paese, la loro famiglia, solo per Gesù, per portarlo ad altri. Rispettano la cultura, ma amano la gente. Anch’io volevo amare la gente, le persone che incontravo.
Conobbi Megumi, che dopo poco entrò fra le missionarie saveriane. Anche a me interessava questo cammino, ma, essendo appena battezzata, mi vergognavo di dirlo e d’altra parte temevo di impegnarmi. A un certo punto presi coraggio e lo dissi al padre. Rimasi male quando rispose semplicemente: “Preghiamo. Ciao, ci vedremo”.
Frequentavo la messa feriale, la sera. All’uscita, il padre mi chiedeva: “Che cos’hai pregato durante la messa?”. “Che cosa devo pregare?”, rispondevo. “Parla con Gesù, non a me”. Così, ho imparato come pregare. Pian piano, ho scoperto che Gesù c’è, è accanto a me, mi accompagna.

Come il pane
Partecipando alla Messa, mi commuovo sempre al pensiero che Gesù è diventato pane, un pane che sarà mangiato, un pane che non sceglie la persona che lo prenderà, un pane che è solo dare. Questo è dare tutto. Gesù ha dato tutto per noi; e adesso, non soltanto nel passato. Solo in Dio c’è l’amore perfetto e attraverso Gesù, Dio ce lo ha donato.
Allora ho capito perché i missionari lasciano tutto: per Gesù, solo per Gesù. Ho sentito che anch’io potevo conoscere la gioia di lasciare tutto per portare Gesù. Così, sono diventata missionaria saveriana. Quando penso a questo pane, sento paura: se vivo secondo il Vangelo, anch’io sarò masticata, la mia presenza si scioglierà per amore.
Per questa mia scelta, i miei genitori, soprattutto mia mamma, hanno sofferto molto, si vergognavano. Vivere senza sposarsi, senza aver bambini, per loro è inconcepibile. Quando però mia mamma ha partecipato – lei sola – alla mia prima professione, è stata colpita dal clima di famiglia che sentiva nelle sorelle e nei cristiani venuti a far festa con noi. “Vedo che ti trovi bene in questa famiglia”, mi disse al termine della festa.
Durante gli anni di formazione, quando tornavo a casa, mi diceva: “Se vuoi, puoi tornare subito fra noi”. A partire dal giorno della professione, mi chiede soltanto: “Sei contenta?”. Come il padre che per primo mi ha testimoniato il Vangelo, anch’io voglio amare non un Paese o una cultura, ma la gente cui sarà mandata e dare loro la mia vita.

Kuniko Nakamura
2011-04-23

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