Dalla gratuità alla gratitudine

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Dalla gratuità alla gratitudine

Messaggio  Admin il Mer Ago 22, 2012 8:42 pm

FONTE: MISSIONARI DEL PIME

Dalla sua missione in Brasile, dove è arrivato da qualche mese, padre Massimo Casaro, per anni direttore di “Missionari del Pime”, ci invia una profonda riflessione sulla bellezza e sul valore della gratitudine.

di padre Massimo Casaro

Quando riceviamo un regalo, la nostra reazione è condizionata dagli atteggiamenti del donatore. Se, infatti, abbiamo il sospetto che, attraverso il regalo, voglia raggiungere un qualche vantaggio per sé o che voglia così dimostrare la sua superiorità, subito il nostro cuore si chiude in un ostile riserbo.
Dunque solo la trasparenza e la rettitudine dell’intenzione sono in grado di suscitare nell’uomo un “riverbero emotivo” di grande intensità, una gioia profonda che lo rappacifica con la vita, facendogli gustare una sensazione di valore forte e duratura. È questo il primo, nel senso di assoluto, dono dell’amore autentico: quello di potersi sentire amati.
Perché la gratuità carica di significato un gesto, un oggetto che, altrimenti, sarebbe soltanto una pura formalità o una cosa o, peggio ancora, un tranello. Dice la simpatia, l’amore che qualcuno ha per noi, anche se non abbiamo fatto nulla per meritarcelo.
Alla gratuità corrisponde, quindi, la gratitudine stupita che registra la persistente sproporzione tra i “meriti” e il dono. Ed è proprio questa costitutiva “sproporzione” che salva perché consente di scoprire quanto sia bello valere agli occhi di qualcuno.
Ecco perché tra le disgrazie che possono occorrere a un uomo, l’assenza d’un forte, costitutivo sentimento di gratitudine è la più devastante. Impedisce, semplicemente, di vivere in pienezza.
Se nulla è donato, allora non valiamo niente per nessuno perché tutto ci è dovuto.
Nel Deuteronomio troviamo queste parole indirizzate da Mosè al popolo d’Israele: «Quando il Signore tuo Dio ti avrà fatto entrare nel paese che ai tuoi padri Abramo, Isacco e Giacobbe aveva giurato di darti; quando ti avrà condotto alle città grandi e belle che tu non hai edificate, alle case piene di ogni bene che tu non hai riempite, alle cisterne scavate ma non date, alle vigne e agli oliveti che tu non hai piantati, quando avrai mangiato e ti sarai saziato, guardati dal dimenticare il Signore, che ti ha fatto uscire dal paese d’Egitto, dalla condizione servile. Temerai il Signore Dio tuo, lo servirai e giurerai per il suo nome» (6,10-13). È importante sottolineare quel ripetuto “che tu non...”, al quale è strettamente collegata la “memoria” di Dio. Sembra quasi che il Signore voglia a tutti i costi salvare nell’uomo quel modo di sperimentare le cose che lo renda grato.
Facciamo un esempio. Provate a pensare a un oggetto che vi è stato regalo da una persona cara. Ebbene, finché sarà “per voi” ma non sarà “vostro”, perché assolverà al suo compito che non è quello di farvi possedere qualcosa ma quello di legarvi a qualcuno, voi lo tratterete con ogni cura. È il suo valore simbolico, il suo “plusvalore” affettivo a renderlo prezioso. Ma se un giorno, per qualsiasi motivo, smettesse di essere “per voi” e diventasse semplicemente “vostro”, cioè perdesse la sua capacità di legarvi alla persona amata, subito perderebbe ai vostri occhi la ragione che lo rendeva prezioso e cadrebbe fatalmente in vostro potere.
Non c’è più l’affetto, l’amore a frenarvi.
Ma tutto ciò che smette di essere “per noi” e diventa semplicemente “nostro” cade inevitabilmente preda della violenza e della paura, non solo perché ogni potere assoluto è intrinsecamente violento in quanto trova legittimazione nella sua arbitrarietà, ma soprattutto perché dipende solo da noi il mantenerlo. Come nel caso del servo malvagio del vangelo di Matteo che è violento perché esercita sui beni, affidatigli dal padrone, un potere assoluto, ma anche perché vede nei compagni dei temibili concorrenti. Solo se l’uomo si apre al per-dono, la sua vita, il suo mondo, le sue cose sono al riparo della violenza e dalla paura.
Il sentimento della gratitudine appartiene originariamente alla relazione con un Dio che, in Gesù Cristo, si è fatto conoscere come Amore. Gesù ha detto: «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici » (Gv 15, 13). Lui dà la vita, noi lo sappiamo dalla rivelazione della croce, senza chiedere nulla in cambio se non che i discepoli, destinatari del suo amore, ne vivano pienamente. «Non voi avete scelto me - continua, infatti, Gesù -, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga» (Gv 15, 16). E il “frutto che rimane” non è altro che la vita umana, vissuta autenticamente e destinata al compimento.
Nella relazione con lui, la gratitudine si colloca alle radici dell’essere divenendo il “sentimento” costitutivo dell’uomo nuovo che «nessuna ingratitudine può chiudere e nessuna indifferenza può stancare» (L. de Grandmaison).
È la gratitudine che fa del cuore umano una conca capace di accogliere la misura “pigiata, scossa” del dono per farla traboccare in favore di tutti, divenendo, in tal modo, il permanente germe della sua gratuità.

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