Missionarie comboniane afrobrasiliane

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Missionarie comboniane afrobrasiliane

Messaggio  Admin il Mar Ago 21, 2012 11:18 pm

FONTE: MISSIONARIE COMBONIANE

Roma, venerdì 20 luglio 2012
Una delle prime missioni delle Comboniane in Brasile è stata S. Mateus (ES), città fondata dai portoghesi il 21 settembre 1596. In quel porto erano giunti anche, fin dal 1856, gli schiavi africani. Molti di loro non vollero mai accettare la schiavitù, e per questo si ribellarono e lottarono. Quelli poi che, di fatto, riuscirono a fuggire, fondarono molti “quilombo” (comunità), fra i quali quello di Palmares organizzato da Zumbi, morto come eroe, del quale si fa memoria il 20 novembre, Giorno Nazionale della Coscienza Negra. Testo di Daniela Maccari.

Nonostante la schiavitù sia stata abolita in Brasile nel 1888, la lotta contro la discriminazione continua tuttora. Bianchi e Negri hanno gli stessi diritti nella Costituzione, le stesse leggi; però nella pratica non è così. Non esiste una pastorale specifica afro, perché quello che si vuole è semplicemente garantire a tutti i brasiliani gli stessi diritti. La maggior parte della popolazione afrodiscendente esercita una grande influenza nella cultura di S. Mateus, dove ancora oggi esistono “quilombo” che partecipano della vita della Chiesa come CEBs (comunità ecclesiali di base). In S. Mateus, una bambina afrodiscendente gravemente ammalata, fu guarita per intercessione di Daniele Comboni, con un miracolo che fu decisivo per il processo di beatificazione.

Un’altra missione, fra le otto dove operano oggi le Missionarie Comboniane in Brasile, è Salvador, in Bahia. Il popolo afro del Brasile, con la sua fede e generosità, ha donato finora dodici missionarie comboniane ai popoli e alla Chiesa dell’Africa. Queste hanno offerto il loro servizio anche in altre parti del mondo.

Missionarie comboniane afrobrasiliane
1. Almerita Ramos de Souza – missionária no Congo- Brasil – Togo - Benin
2. M. Teresa dos Santos - missionária no Congo- Brasil - Congo
3. Nilma do Carmo de Jesus - missionária na RCA – Chade – Brasil
4. Creny M. da Cruz – Moçambique – Brasil- Itália
5. Janete Santos de Castro - Medio Oriente- Brasil
6. Geny Maria da Silva – RCA – CHAD – Brasil
7. Maria do Socorro Ribeiro - Moçambique - Brasil – Colombia –Peru
8. Nadi de Almeida - USA- Kenya - Uganda
9. Francinete Maria Ribeiro e Silva - Moçambique - Brasil
10. Marcia Correa da Silva - Ecuador - Peru
11. Marcia Lidiane Rodrigues Santana - RD Congo.
12. Luciene Rodrigues da Silva – na França destinada a África Francófona

Testimonianza di sr Janete Santos de Castro

Mi chiamo sr Janete Santos de Castro. Sono nata a Rio de Janeiro da una famiglia Afro discendente il cui cognome – Santos – risale agli schiavi battezzati e tutelati dai Padri Gesuiti, all’inizio della colonizzazione del mio Paese.

Sono la seconda di cinque figlie e sono stata educata in una famiglia umile, ma di profondi valori umani e cristiani. Il fatto di essere nata in una famiglia tutta al femminile ha molto favorito la mia identità, e sono cresciuta con l’orgoglio di essere quello che sono. Sempre sono stata trattata come una persona che ha diritti e doveri, valori questi chi i miei genitori seppero inculcare in ciascuna di noi e che, a loro volta, essi ereditarono dai propri genitori.

Il Brasile ha dato origine a una grande varietà di razze e di colori. L’incontro fra tanti popoli diversi ha prodotto il negro dai capelli crespi, ma anche lisci; dagli occhi verdi oppure azzurri; dal naso grosso oppure affinato. Posso dirlo, perché anch’io possiedo qualcuna di queste caratteristiche.

La Chiesa e la religione hanno sempre orientato la mia vita. L’impegno verso la fede ricevuta crebbe in me fino a diventare una vocazione. Dapprima si manifestò il desiderio di servire nella vita religiosa; in seguito ci fu l’invito forte e insistente a lasciare tutto, per diventare una Missionaria Comboniana. Conobbi il Comboni e le Comboniane grazie alla rivista “Senza Frontiere”, pubblicata negli anni ’80 dai padri comboniani. Rimasi affascinata da Daniele Comboni che, nel secolo XIX, aveva deciso di includere anche la donna fra i missionari partenti per l’Africa, un fatto sconcertante per la mentalità dell’epoca, che vedeva la donna soltanto come “madre e angelo del focolare”. Nell’incontrare le Comboniane, scoprii che l’idea di includere la donna nell’apostolato africano, oppure di altri continenti, aveva preso piede anche in Brasile. Compresi allora che anch’io ero chiamata a ingrossare la fila delle “donne del Vangelo a servizio della vita e della missione. Dopo la prima formazione, fui destinata a Dubai (EAU), dove svolsi il mio ministero nel campo dell’educazione.

Fu quella una forte esperienza di incontro con vari popoli, lingue, culture e religioni. A Dubai ho potuto capire meglio gli Atti degli Apostoli: “Tutti furono pieni di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, come lo Spirito dava loro il potere di esprimersi” (Atti 2, 4).

Dopo alcuni anni lasciai gli Emirati per la Giordania, precisamente Kerak, nel sud del paese e nella regione di Moab dove, secondo la Bibbia, vissero Rut e Noemi. L’incontro con il popolo Arabo, beduino e musulmano, mi immerse nella storia dell’altro con la sua identità religiosa, il suo simbolismo, i suoi colori e le sue espressioni culturali. A Kerak feci l’esperienza di quanto dice il libro dell’Esodo: “Togliti i sandali dai piedi, perché il luogo sul quale tu stai è una terra santa” (Es 3,5).

Conclusi, infine, la mia esperienza missionaria all’estero in Israele, dove condivisi la mia vita e la mia missione con un gruppo di 30 bambini palestinesi orfani, vittime del conflitto fra i due popoli. Ho toccato con mano la fragilità della vita, ho condiviso il dolore, i sogni e le speranze di un popolo, stampati negli occhi dei bambini. È profondamente vero quello che il Maestro dice: “… se non diventerete come bambini, non entrerete nel regno dei cieli” (Mt 18,3).

Anche se non fu sempre facile, riuscii a frequentare la scuola, da ragazza, fino alla 9ª classe. In seguito, però, mi iscrissi alla scuola serale per poter lavorare in casa e nei campi durante tutto il giorno. Nel 2007 rientrai in Brasile per svolgere il mio servizio nell’animazione missionaria e vocazionale. Sono riconoscente a Dio per avermi dato la vita e la vocazione a viverla nella famiglia comboniana. Mi sento a mio agio ovunque mi trovi, e riconosco che questo è il risultato di una lunga storia che ha attraversato gli oceani e le cui radici si intrecciano nella saga di molti uomini e di molte donne che mi hanno preceduto.
S. Mateus, 13 febbraio 2012.


Suor Francinete Maria Ribeiro e Silva
“Mille vite, se avessi, io darei per la missione”


Sono suor Francinete Maria Ribeiro e Silva, nata nel Piauì, Brasile. Provengo da una famiglia cristiana e praticante. Fin dall’adolescenza ho avvertito qualche cosa di particolare, qualche cosa che mi questionava profondamente sulla vita religiosa. Un giorno mi venne fra le mani una rivista che presentava la situazione dell’Africa, e che alla fine diceva: “Tu puoi aiutare questo popolo. Cristo ti chiama a lavorare nella sua messe. I missionari donano la vita per il servizio del regno di Dio”. Io compresi che quelle parole erano per me. Con il passare del tempo, avvertivo più fortemente il desiderio di consacrare la mia vita al servizio della missione, degli ultimi, lottando per la giustizia e per la dignità umana. Non possiamo rimanere indifferenti mentre tanti fratelli e tante sorelle muoiono ingiustamente.

Nel 2000, come suora missionaria comboniana, fui destinata alla provincia del Mozambico. Che gioia poter finalmente mettere piede sul suolo africano! Sentivo che quel popolo era già entrato nel mio cuore, faceva parte della mia vita.

La mia prima esperienza fu con i Makua. Una realtà molto diversa dalla nostra, soprattutto per quanto riguarda la donna. Ho incontrato un popolo sofferto a causa di vari motivi. Nonostante questo, le persone si mostrano allegre ed accoglienti. Mi questionava quella loro capacità di accettare le difficoltà. In mezzo a loro avvertivo fortemente la manifestazione della presenza di Dio che confermava la mia vocazione missionaria e m’incoraggiava a continuare. Mi impressionava la disuguaglianza esistente e mi chiedevo: “Se sono anch’essi nostri fratelli, figli e figlie di Dio, perché devono soffrire tanto?”.

Una delle sfide fu quella di imparare la lingua locale e conoscere la cultura. Le persone però ci aiutano in questo e ci facilitano la conoscenza delle loro tradizioni, fra le quali i riti di iniziazione femminile. La forza delle donne ha sempre richiamato la mia attenzione. Praticamente sono loro che portano avanti l’economia del paese, anche se c’è ancora molta strada da fare perché questo venga loro riconosciuto.

Al mattino, molte donne vanno nei campi portandosi i bambini sulla schiena. Lavorano molto e, nel ritorno, portano il raccolto sulla testa. Anche le loro mani sono occupate: una dal secchio con l’acqua e l’altra dalla legna. Giunte a casa, devono cucinare, mentre il marito aspetta seduto. Poche sono le donne e le ragazze che possono studiare. Molte diventano madri molto giovani.

Con il popolo Makua ho avuto l’opportunità di lavorare in due scuole, due realtà completamente diverse l’una dall’altra. Una scuola era soltanto maschile, ed io ero la sola donna come maestra. L’altra scuola invece era mista, ma con poche bambine. Oltre le scuole gestivamo nella nostra comunità anche il Focolare femminile, con 68 ragazze adolescenti e giovani.

Dopo cinque anni trascorsi fra il popolo Makua, fui destinata alla missione di Mangunde. Non è facile dover ricominciare tutto di nuovo, ma questo non impedisce che sia un’esperienza arricchente. Mi occupai dell’educazione della gioventù, specialmente femminile, ed entrai anche nell’equipe di formazione dei giovani, specialmente delle ragazze. Ho anche fatto parte dell’equipe di coordinazione delle scuole.

Avevamo la responsabilità di 1200 giovani, di 1500 bambini e di 600 bambine. I visitatori della missione rimangono impressionati nel vedere tanta gioventù. Sono giovani animati, pieni di vita, che desiderano studiare per un futuro migliore. Oltre le lezioni di prassi, essi ricevono anche una formazione umana, sociale e religiosa. Curano l’orto, seguono gli animali e fanno tutte le pulizie. In genere rientrano in famiglia per le vacanze. Questi giovani sono lì perché generalmente, nei villaggi, le scuole del governo vanno fino al 7° anno; più della metà dei giovani non può studiare, specialmente le bambine, che rimangono a casa e si sposano.

Per questo motivo, i missionari e le missionarie comboniane danno la possibilità ai giovani di proseguire con gli studi e con la formazione. Siamo convinti che per uscire da una situazione di povertà bisogna studiare. Noi, missionarie comboniane, diamo speciale attenzione alla formazione integrale e incoraggiamo le ragazze a conquistare il proprio spazio nella società. Quella mia esperienza fu molto ricca. Mi sono sentita sorella, amica e madre. Se Comboni fosse qui oggi, direbbe: “Questo è il nostro posto".

Testimonianza
di sr Nilma do Carmo di Gesù


Sono un’afro-brasiliana dello stato di Minas Gerais. Negli anni 80, ho avvertito un forte richiamo alla vita missionaria. Facevo parte della pastorale della gioventù, di quella afro, dell’Associazione del Quartiere, ero catechista della cresima e operaia metallurgica. Figlia di Onésima Raimonda e di Sebastiano Altivo, e primogenita di quattro sorelle. Con la mia famiglia appresi a vivere i valori umani e cristiani, ma anche le CEB’s contribuirono perché io potessi crescere nella fede e nell’impegno verso i più poveri ed esclusi della società. Fu in un contesto di situazione di periferia che la mia vocazione andò maturando. La mia attuazione nella parrocchia di Gesù Operaio e la presenza dei Missionari Comboniani contribuirono per la mia sequela di Gesù Cristo, e per la scelta della congregazione delle Suore Missionarie Comboniane.

Fu la passione di Daniele Comboni per l’Africa a determinare la mia scelta per quella congregazione. Il mio sogno di afro-brasiliana era di andare in Africa per ringraziarla per tutti i valori culturali e per l’insegnamento ricevuto dalla vita dei miei avi. Durante il tempo della formazione in Curitiba, 1985-89, ebbi l’opportunità di rivedere le mie motivazioni profonde e compresi che l’alleanza con Gesù Cristo nella vita religiosa missionaria comboniana, e il mio sogno, erano in perfetta sintonia. La Parola di Dio che mi accompagnò durante quegli anni fu: “Andate in tutto il mondo e fate di tutti i popoli miei discepoli… Io sarò con voi tutti i giorni, fino ai confini del mondo” (Mt 28,19-20).

La mia vita missionaria è andata intessendosi con i fili dell’interculturalità e dell’interreligiosità. Ho vissuto i primi di missione nella Repubblica Centro-Africana. Tempo di apprendimento, di ascolto e di presenza. Durante i primi quattro anni, ho lavorato in una parrocchia della periferia di Bangui, nel campo pastorale. Mi sono sentita figlia di quella terra, accolta, amata e sfidata e lì ho cercato di dare il meglio di me stessa.

Era una missione dinamica con vari fronti di attuazione. In quella parrocchia, ebbi la gioia di celebrare il centenario dell’evangelizzazione nella Repubblica Centro-Africana, nel 1994. Nell’occasione di quel centenario fui inviata nella missione di Kembe, nell’est della Repubblica. Ricordo una musica che dice: “Partire è un po’ morire, ma partire per annunciare Dio è incontrare la vita”. Convinta che avrei trovato la vita a Kembe, vi andai con tutta me stessa. In questo processo di incontro con la vita, ho cominciato ad attuare nella pastorale dell’educazione e con le donne. Dovuto alla necessità nel campo scolastico, ho lavorato in tre scuole dando lezione di puericultura. L’incontro con i bambini, con i giovani, con le donne e con gli adulti in generale finì per dare un senso diverso alla mia vita. Sentivo che la passione di Daniele Comboni entrava nella mia vita e in quella delle mie sorelle. Mi sentivo ogni giorno di più sedotta dalla missione e come Geremia, mi ritrovavo a ripetere: “Mi hai sedotta Signore, e io mi sono lasciata sedurre” (Ger 20,7).

Dopo quattro anni e mezzo trascorsi a Kembe, venne l’ora di riprendere il cammino e di attraversare le frontiere della Repubblica Centro-Africana verso una nuova terra: il Ciad. Come ogni inizio, anche quello fu un tempo dedicato all’apprendimento della lingua locale, il sara. Attuavo nel campo educativo e in quello pastorale. Una Chiesa

giovane e promettente. Un popolo determinato, lottatore con molti principi e valori. Con il popolo ciadiano ho continuato a tessere la mia vita missionaria con i fili delle diverse lingue locali, dei differenti modi di vivere e di concepire la vita. È stato un tempo molto ricco e durante il quale ho intensamente esperimentato che il Signore è il protagonista della missione. La mia missione in Ciad è stata molto breve, ma sufficiente per dire che ne valse la pena, nonostante gli innumerevoli attacchi di malaria.

Dopo dieci anni in terra africana, rientrai nel mio paese di origine, il Brasile, per bere al mio pozzo. Lavorai allora con i popoli indigeni, Tupinikim e Guaranì, nello stato dello Spirito Santo. Dio non mi fece mai mancare la sua grazia, e così potei dire più volte: “Signore, la tua grazia mi basta”. Ancora una volta mi occupai di pastorale e di educazione. Ebbi anche l’opportunità di continuare i miei studi. Quei sette anni di missione fra i Tupinikim e i Guaranì sono stati un dono di Dio.

La vita missionaria e sempre molto dinamica e ci mantiene in cammino. Ritornai, infatti, nella terra sacra e benedetta della Repubblica Centro-Africana, forse per poter ancora ringraziare la Madre Africa. Questa volta andai nella regione ovest, presso i popoli Pigmei e Bantu. Il processo di insegnamento continuò nella foresta, con una dinamica interessante di interazione. Porto con me ricordi molto belli di condivisione, di solidarietà, di semplicità e di donazione. Con quei popoli ho condiviso la vita durante quattro anni. L’anno scorso, 2011, il Signore mi ha voluto di ritorno in Brasile per un nuovo ministero: coordinare le Suore Missionarie Comboniane del Brasile. Ed eccomi qui con la certezza che il Signore non ci abbandona, perché è Lui il grande Capo.

Nei miei 23 anni di vita consacrata nella congregazione delle Suore Missionarie Comboniane, ringrazio molto Dio per avermi chiamata ad essere missionaria; sono grata alla mia congregazione e al popolo per tutto quello che ho vissuto e appreso. Oggi, posso ammirare la bellezza dei fili di tanti colori, intrecciati fra loro e tessuti con le dita di Dio, con le mie, con quelli delle mie sorelle e dei diversi popoli con i quali ho vissuto. Grazie Signore! Grazie sorelle! Grazie Madre Africa! Grazie Padre Brasile! Grazie famiglia di Dio!


La storia missionaria
di Geny Maria da Silva


Avevo 12 anni quando avvertii il richiamo della vocazione missionaria. In quel tempo, leggevo la rivista “Sem Fronteiras”, che mi aiutò ad entrare in contatto con la realtà di tanti paesi, principalmente del continente africano. Fin da allora, desideravo andare in Africa per condividere con quel popolo l’amore di Dio.

Continuai a vivere la mia adolescenza nella città di Presidente Kubitscheck (MG), nella quale nacqui. Nell’ambiente di studio e di lavoro, il sogno di diventare suora missionaria si faceva ogni giorno più insistente. A 22 anni avvertii più forte il richiamo di Dio per un dono totale al servizio del Suo Regno. Anche in quel momento la rivista “Sem Fronteiras” svolse un ruolo importante, come mezzo per entrare in contatto con l’orientatrice vocazionale delle Missionarie Comboniane. Fui invitata a partecipare di un incontro vocazionale, e in quell’occasione cominciai a conoscere la vita e il carisma di Daniele Comboni. L’impressione fu quella di conoscerlo da molto tempo. Era come se il suo sogno, il suo ideale e la sua passione per l’Africa facessero già parte della mia storia vocazionale. E pensavo: “Se Dio mi vuole veramente religiosa e missionaria, potrò esserlo soltanto come suora comboniana”. Volevo far parte di questa famiglia che, come ideale, cerca di dare voce e opportunità ai più poveri, che si mette al loro fianco, perché convinta che Dio li ama di un amore privilegiato. Volevo continuare nel tempo il grido del Comboni: “Salvare l’Africa con l’Africa”.

Dopo aver superato le tappe formative e aver concluso il corso di infermiera, fui inviata in missione presso il popolo del Ciad.

Mi sembra ieri quando, con gioia, ricevetti la destinazione. Allora, però, non ero molto informata sulla situazione del paese.

Il Ciad si trova nell’Africa Centrale e confina con il Niger, la Nigeria, la Libia, la Repubblica Centro-africana e il Sudan. Conta una popolazione di 8 milioni di abitanti, con 200 etnie. Un Paese ricco nella sua diversità culturale, religiosa e linguistica. Nel Paese vi sono più di cento lingue, ma quelle ufficiali sono il francese e l’arabo. Giunsi in Ciad nel 1997, e mi inserii in una comunità del sud, rimanendovi poi per 10 anni.

Come infermiera, ho lavorato nella Pastorale della Salute, privilegiando l’educazione sanitaria e la formazione di operatori sanitari, mentre amministravo anche due centri ospedalieri appartenenti ad un organismo legato alla diocesi.

Negli ultimi cinque anni ho fatto parte di una comunità che amministrava un ospedale della diocesi.

In ospedale, anche senza l’annuncio esplicito del Vangelo, cercavamo, con il nostro servizio ai malati, di trasmettere la fede in quel Gesù Cristo che venne per donare a tutti la vita in abbondanza, e del quale noi eravamo testimoni. Quante belle esperienze ricordo di quel tempo!

Nonostante disponessimo di pochi mezzi, vedevamo ogni giorno verificarsi tanti piccoli miracoli. Accettavamo bambini anche in coma a causa della malaria o di altre infezioni, e contro ogni speranza, il giorno seguente, quei bambini già stavano sorridendo.

In un paese la cui popolazione è musulmana al 50% avevamo, nel nostro lavoro, una opportunità di convivenza con i fratelli musulmani, così da poter loro testimoniare, con gesti concreti, che la nostra vita di missionarie di Gesù Cristo ci chiama ad amare oltre le frontiere e le differenze religiose.

Così si sta svolgendo la mia storia missionaria, fatta di molte gioie e dolori, perché, come dice Comboni: “Il cuore della missionaria (e del missionario) è un insieme di gioie e dolori”, essendo veramente chiamate a far causa comune con “le gioie e le speranze, le tristezze e le angustie dell’umanità”, specialmente dei più poveri e abbandonati.


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